Author: Maddalena Vestrella

L’artista pugliese Antonio Bernardo Fraddosio ha svolto a lungo l’attività di architetto e scenografo. Da oltre vent’anni si dedica esclusivamente alla scultura e alla pittura nel suo studio di Tuscania. Questa scelta radicale è legata a forti motivazioni ideali. Per Fraddosio, citando Picasso, «l’artista è un uomo politico costantemente vigile davanti ai drammi del mondo».

Antonio, il tuo percorso artistico si sviluppa attraverso cicli collegati e sempre orientati su temi universali. “Il breve termine governa il mondo” è il sesto ciclo. Come tu stesso affermi, i cicli si susseguono, si sovrappongono, si intersecano ma non si chiudono mai. Proprio come l’arte. Ci spieghi in che cosa consistono e qual è il collegamento tra i tuoi lavori?

C’è un filo rosso che lega gli ultimi venti anni del mio lavoro e che unisce ogni ciclo di opere e ogni opera che ho realizzato. Si tratta di una specie di libro con cicli che rappresentano capitoli e opere che rappresentano pagine. I cicli hanno un inizio, sono tra loro interconnessi ma, trattando temi universali, non si concludono mai. Sono storie senza un finale. Nella mia produzione non c’è un’opera che non appartenga ad uno dei cicli o che addirittura non faccia parte di più cicli contemporaneamente. I cicli sono sempre espressione di quello che si muove intorno a me e, contemporaneamente, dentro di me e tutte le opere che creo sono la formalizzazione del mio pensiero.

 

“Mater Matuta” è un’opera da te realizzata circa un anno fa ma che hai deciso di mostrare al pubblico proprio in questo periodo di isolamento attraverso il tuo canale di youtube. Come nasce il progetto e quindi l’idea di proporla attraverso il web?

La “Mater Matuta” è un’opera che appartiene al ciclo “Il breve termine governa il mondo”. La “Mater Matuta” è un’antica divinità italica venerata anche in epoca romana e successivamente fino ad oggi nella figura della Madonna. L’immagine iconografica rappresenta una donna con un bambino tra le braccia. È l’aurora, la nascita della vita, la nascita del mondo. L’opera, in realtà, è uno studio preparatorio a cui seguirà una scultura di grandi dimensioni. Ho realizzato questo lavoro scolpendo alla maniera antica un blocco di marmo di Carrara opponendomi, già nella scelta del materiale, al “breve termine”. Il marmo è materia antica, che si forma nel tempo e rimane nel tempo. Se osservi l’opera, una donna nell’atto di procreare, non ti sfuggirà che nel rappresentare il suo corpo e il viso del bambino, ho utilizzato differenti linguaggi artistici che nei secoli si sono avvicendati: il verismo classico a rappresentare la giovinezza e la vigoria, l’espressionismo a rappresentare la decadenza e la vecchiaia, l’informale a rappresentare l’inizio e la fine, la materia da cui nasce tutto e in cui tutto muore. La base, che è parte integrante dell’opera, rappresenta il cerchio dell’esistenza umana e la sua continuità. Il movimento circolare dell’opera è lento, a tratti incerto, con brevi impercettibili pause ma continuo. È la fatica del nostro stesso esistere. Ma la testa del bambino che appare tra la materia e un corpo di donna è lì a rappresentare la certezza di un domani da costruire. Tutto questo è il senso che lega l’opera al ciclo.

Io sono restio ad eccedere nell’uso della tecnologia per rappresentare un’opera artistica, tuttavia ho ritenuto di pubblicarla sul mio canale youtube (https://www.youtube.com/watch?v=IjQLJx5-lgg) perché in questo momento storico, drammatico, che ci costringe a disumane limitazioni della nostra stessa libertà, può rappresentare l’occasione di riflessione per cambiare con energica positività un mondo che si sta rivelando sbagliato. L’opera non auspica la ripresa delle nostre esistenze sospese così come ci verrà imposto a poteri superiori che neanche conosciamo, ma una vera e propria rinascita nostra, di tutti. Dopo non basterà essere resilienti. Occorrerà essere rivoluzionari.

 

“Quello che resta dello sviluppo” è il ciclo che comprende alcuni dei tuoi lavori tra cui l’installazione “Le tute e l’acciaio” che è stata esposta alla Galleria d’Arte Moderna di Roma. L’opera, la più rappresentativa del ciclo, è dedicata al popolo di una città del Sud dell’Italia: Taranto. Cosa rappresenta questo progetto, in particolare oggi che è la Giornata Mondiale per la Sicurezza e la Salute sul Lavoro?

Sono pugliese e conosco bene quel territorio fin da prima della nascita del siderurgico. Ho assistito al progressivo lento inesorabile degrado ambientale e umano di quel territorio. In quell’impianto, che chiamano stabilimento, la sicurezza e la salute sul lavoro è inesistente. Anzi direi che lì si muore sul lavoro per incidenti di ogni tipo e anche per malattie contratte nel tempo lavorando in quella fabbrica. Praticamente si scambia, in spregio assoluto della nostra Costituzione, il lavoro con la vita. Comunque quello che accade in quella città non è un episodio territoriale ma un problema globale che ci coinvolge e colpisce tutti. Questo è il messaggio contenuto nell’installazione “Le tute e l’acciaio”. Vorrei che la Giornata Mondiale per la Sicurezza e la Salute sul Lavoro non fosse un giorno della memoria, ma un quotidiano impegno per impedire che di lavoro si continui a morire.

 

Cosa ha determinato il passaggio dal ciclo legato alla tragedia dei lavoratori dell’Ilva a quello che comprende la “Mater Matuta”?

Avevo da poco smontato l’installazione “Le tute e l’acciaio” e continuavo a riflettere su quanto un vasto territorio, in nome dello “sviluppo”, era stato gravemente danneggiato e quasi distrutto, e come questo si dovesse considerare un tema universale. Poiché quello che accade a Taranto accade, sempre più spesso, ovunque. Ero in auto e ascoltavo un programma radiofonico quando la trasmissione fu interrotta per comunicare che il ponte sul Polcevera di Genova era crollato. Collassato in pochi secondi. Una tragedia apparentemente imprevedibile la cui portata in termini di vite umane ancora non si apprezzava. Ho studiato architettura nei primi anni settanta e ricordo bene che, nel corso di tecnologia, quel manufatto d’ingegneria lo avevamo analizzato in ogni sua parte, soprattutto per l’innovazione tecnica utilizzata: il cemento armato precompresso. In circa sessanta anni il ponte era passato da un esempio di moderna concezione tecnologica a massa informe “informale”. Un groviglio di macerie: ferro e cemento non più ordinato in una relazione di complessi calcoli matematici, ma in caotico ammasso che imprigionava vite umane.

Non mi fu difficile individuare immediatamente una stretta relazione con l’impianto del siderurgico di Taranto; anche quello, in fondo, dopo sessant’anni si era trasformato da esempio di sviluppo in uno strumento di morte e distruzione. Sessant’anni sono meno della vita media di un essere umano, sono meno di un attimo della vita dell’umanità. Come è possibile che nonostante i progressi realizzati dall’uomo in duecento anni accada che gli effetti di questo progresso si risolvano in una autodistruzione? Semplicemente perché non si trattava di reale “progresso”, bensì solo di “sviluppo delle tecnologie”. Lo sviluppo della tecnologia, se non è accompagnato da una adeguata crescita del pensiero, produce inevitabilmente danni. Ormai è sempre di più il breve termine a governare il mondo perché è il profitto che governa il mondo. Il profitto richiede tempi rapidi per avere senso. Negli ultimi due secoli il profitto si è appropriato di qualunque manifestazione della vita umana e anche dell’ambiente condizionandoli prima e tentando di sottometterli oggi.

Così nasce questo ciclo in continuità con il precedente e in relazione con gli altri. (“L’animale sociale”, “La costruzione della distruzione”, “Resistenti oltre”, “Salvarsi dal naufragio”). Gli uomini non sanno più pensare in termini lungimiranti.

 

Come è cambiato e in che modo proseguirà il tuo lavoro dopo un periodo così difficile che ha colpito duramente tutti i settori, soprattutto quello artistico e culturale?

Di questa pandemia, non certo estranea all’inquinamento ambientale, non sappiamo niente; sono incerte e contraddittorie le informazioni che ci vengono date dai virologi, scienziati privi di sapienza, che ci hanno portato, senza apparente violenza, a cambiamenti radicali forse irreversibili a cui noi abbiamo il dovere di opporci. Le conseguenze, nei settori dell’economia, della cultura, ma anche del tempo libero saranno gravi, drammatiche. Ma ancor più grave sarà il danno che subirà la nostra essenza umana. Dovremo raccogliere tutte le nostre energie per non subire questo danno di incalcolabili proporzioni coscienti del fatto che qualcuno o qualcosa trarrà vantaggio da questo disastro annunciato. Ho cominciato quindi a lavorare ad un ultimo ciclo che ho intitolato “Superare  con la ragione gli stati limite ultimi”. È un termine, questo, che in ingegneria indica la condizione di un manufatto edilizio, superato il quale, si verifica il collasso di una struttura. Anche la psicoanalisi, successivamente, negli anni ’70, ha indicato con questo termine quella condizione della mente umana posta al limite tra la nevrosi e la psicosi. Questa è la nostra attuale condizione psico-fisica. Ma sarà la nostra capacità di ragionare ad impedirci di crollare fisicamente e impazzire. Non sarà facile realizzare opere che contengano questo messaggio, ma il mio lavoro artistico è questo e non vedo altro modo di continuare.

 

Intervista originale su AgrPress

Galleria d’Arte Moderna, Roma

dal 1/11/2018
al 3/03/2019



Confrontandosi con i particolari spazi del chiostro-giardino della Galleria d’Arte Moderna di Roma, Antonio Fraddosio espone dieci grandi lamiere lacerate e contorte, potenti e misteriose, che richiamano le tute che dovrebbero proteggere gli operai dell’Ilva dai tumori, depositate, al termine del turno di lavoro e prima di andare alle docce, in una specie di camera di compensazione.

Storie di vite sospese tra inquinamento e malattie informano, ormai da tempo, la ricerca di molti artisti contemporanei. In questo ambito mi ha colpito, una manciata di anni fa, la performance intitolata “Dust Plan” di Brother Nut (all’anagrafe Wang Renzheng), un trentenne artista cinese che per alcuni mesi ha impiegato quattro ore delle sue giornate ad aspirare lo smog di Pechino, con un’aspirapolvere capace di risucchiare lo stesso quantitativo di aria respirata da 62 persone in un giorno. Con la polvere raccolta, e l’aggiunta di una piccola quantità di argilla, il giovane artista ha costruito un mattone, per dare una prova tangibile della gravità di una situazione non più ignorabile.
In questo alveo di ricerca e sensibilità, si colloca il progetto odierno di Antonio Fraddosio (Barletta, 1951) alla Galleria d’Arte Moderna di Roma dal titolo “Le tute e l’acciaio”, un’installazione etica – come è stata definita dai curatori Claudio Crescentini e Gabriele Simongini – nello specifico un monumento antiretorico dedicato agli operai dell’Ilva e alla città di Taranto, una denuncia universale contro tutte le situazioni in cui il diritto al lavoro si guadagna dando in cambio la propria salute, la propria vita.
Come, infatti, ha avuto modo di stigmatizzare Cristina Mastrandrea su osservatoriodiritti.it, mentre sul fronte del lavoro si fanno accordi sindacali con Arcelor Mittal, dal punto di vista ambientale – e dei conseguenti impatti sulla salute della popolazione locale – la questione Ilva resta aperta.
La netta presa di posizione di Fraddosio è anche quella di un uomo del sud, per di più pugliese di nascita, che ha visto con i propri occhi, tante volte nel corso degli anni, l’impressionante trasformazione di Taranto causata dall’impianto siderurgico dell’Ilva, il più grande d’Europa. Come scrive Gabriele Simongini, in catalogo, in questi sudari di ferro resta l’impronta di corpi umani sofferenti, c’è il senso della morte e della distruzione, ma sopravvive una sorta di speranza affidata all’arte, alle sue possibilità catartiche. Nelle lamiere, ciascuna diversa dall’altra, affiorano spesso i colori velenosi, mortali ispirati al manto di ruggine, alla polvere pesante, rossastra, dalle sfumature marroni e nere, che avvolge e soffoca la città colpendo soprattutto il rione Tamburi, a ridosso dell’Ilva. (Cesare Biasini Selvaggi)

Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese, Roma

dal 6/5/2016 al 19/6/2016

Antonio Fraddosio e Claudio Marini hanno dato forma a quell’inquietudine quasi apocalittica che agita il mondo col suo vento di follia. Il titolo della mostra si fonda sulla constatazione che a doversi salvare dal naufragio non sono solo i poveri migranti ma anche gli europei colpiti da una profonda crisi morale.

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Le opere esposte in questa mostra appartengono al quarto ciclo

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Sulla spinta emozionale delle verità drammatiche messe a nudo dagli incessanti movimenti di migranti, dalla crisi d’identità europea e dalla minaccia terroristica, due artisti come Antonio Fraddosio e Claudio Marini hanno iniziato, senza conoscersi, a dare forma a quell’inquietudine quasi apocalittica che agita il mondo col suo vento di follia. E a Gabriele Simongini è bastato solo cogliere la sintonia sorprendente fra le loro visioni pur così individualmente personali e metterle in dialogo al Museo Bilotti, nella mostra Salvarsi dal naufragio. Il titolo della mostra si fonda sulla constatazione che a doversi salvare dal naufragio non sono solo i poveri migranti ma anche noi europei colpiti da una profonda crisi morale, arroccati nel cieco egoismo dei singoli nazionalismi e ormai indifferenti perfino a quel rispetto dei minimi diritti umani che ci hanno finora definiti e uniti come europei. Le opere di Fraddosio e Marini, fra pittura e scultura, riflettono l’evoluzione apocalittica ed emergenziale di eventi e fenomeni inizialmente sottovalutati da tutti, soprattutto dai cosiddetti poteri forti, proprio quelli che hanno dato una spinta determinante a scatenarli. Ecco allora l’inquinamento ambientale planetario, il terrorismo più spietato, gli scontri etnici sempre più violenti e sanguinosi, e soprattutto l’immane afflusso di migranti che non conosce limiti, trasformando il Mediterraneo, come è stato detto, da “mare nostrum” in “mare monstrum”. In queste opere c’è scritta in controluce la trascinante ed invincibile forza della vita che spinge i migranti ad attraversare mari su imbarcazioni di fortuna, a scalare muri, a percorrere centinaia di chilometri a piedi col timore fondato di essere respinti. Fra le trenta opere esposte diventano simboli concreti dell’inquietudine odierna le bandiere, chiuse in gabbia, sgualcite, strappate, liquefatte, vessilli in crisi e spogliati di qualsiasi retorica celebrativa. Ecco allora, nell’inquieto sommovimento materico che unisce i due artisti, opere come La Bandiera nera nella gabbia sospesaLe onde nere o i dodici pannelli de L’isola nera di Fraddosio, oppure le bandiere nere (Iraq, Italia, Usa, Siria, ecc.), Zona Pericolo, il ciclo Mediterraneo di Marini. Il catalogo della mostra, edito da De Luca Editori d’arte, è arricchito da un testo di Alberta Campitelli e da un saggio di Gabriele Simongini. Si ringrazia la Banca Popolare del Lazio per il sostegno.

Usher Arte, Lucca

dal 18/2/2007 al 19/3/2007

La recentissima produzione delle carte, 24 lavori creati tra il 2010 e il 2011, compresa anche un’ampia serie di bozzetti che documentano una parte dell’attività dell’artista come scenografo teatrale.

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Le opere esposte in questa mostra appartengono al secondo ciclo

Commenti critici e interviste relativi alla mostra

Nelle carte la tensione creativa del nostro artista è essenzialmente “antipittorica”, rifuggendo l’uso del pigmento cromatico tradizionale. Fraddosio usa infatti materie assai diverse che hanno a che fare con l’idea di costruzione edilizia (di origine fossile come l’asfalto liquido e il catrame o di origine calcarea come il cemento), con la natura (l’acqua, il legno e i lapilli), con il linguaggio artistico (la pittura acrilica, la carta e il gesso), dando vita ad una contaminazione arte-natura-metropoli che si identifica compiutamente anche dal punto di vista tecnico e materico con gli obiettivi della sua ricerca.
Nelle carte “bianche” affiorano spesso, come se fossero sudari consunti, tracce di immemorabili ere geologiche su cui si imprime il volto del tempo. In queste opere, a cui è estranea qualsiasi intenzione progettuale, è più forte l’impronta materica dell’eredità informale e Fraddosio sembra dare immagine ad una sorta di scenario post-apocalittico fatto di boschi incendiati o di luoghi sommersi dalla neve e dal ghiaccio. Ne emerge un magma comunque pulsante e polifonico, non riducibile ad un’idea di pura rappresentazione.
Nelle carte più recenti qualsiasi pur lontano riferimento “naturalistico” viene meno così come l’uso del bianco e prevale un mirabile e corrusco splendore in cui si ascolta il canto all’unisono di tecnica e materia, con una raffinatezza che mantiene intatta una terribilità quasi originaria, cosmogonica, data dal succedersi di immense catastrofi, come è evidente nell’inquietante Stazione nove o nello strepitoso e metamorfico Numero quattro. In quest’opera graffi, incisioni, concrezioni, combustioni, dilavamenti, abissi vertiginosi, riflessi d’oro e d’alabastro, barlumi di trasparenze impreviste promanano un’anima mundi che si fa pelle materica nell’implacabile connubio fra natura naturata e natura naturans, fra particolare ed universale, fra soggetto ed oggetto, fra la genesi della forma e il suo divenire. Ne emerge infatti una «elegante terribilità», in sé spiazzante, fra abissi minacciosi d’ombre impreviste e squarci di catartiche luci dorate. In carte come Trama nera e Linea d’ombra viene modulato in altri termini anche quel rapporto dialettico fra deflagrazione materica ed estremi residui di una struttura originariamente geometrica (i relitti delle certezze razionali?) che contraddistingue le sculture e le opere d’assemblaggio del nostro artista.
Gabriele Simongini

At vero eos et accusamus et iusto odio dignissimos ducimus qui blanditiis praesentium voluptatum deleniti atque corrupti quos dolores et quas molestias excepturi sint occaecati cupiditate non provident, similique sunt in culpa qui officia deserunt mollitia animi, id est laborum et dolorum fuga. Et harum quidem rerum facilis est et expedita distinctio. Nam libero tempore, cum soluta nobis est eligendi optio cumque nihil impedit quo minus id quod maxime placeat facere possimus, omnis voluptas assumenda est, omnis dolor repellendus. Temporibus autem quibusdam et aut officiis debitis aut rerum necessitatibus saepe eveniet ut et voluptates repudiandae sint et molestiae non recusandae. Itaque earum rerum hic tenetur a sapiente delectus, ut aut reiciendis voluptatibus maiores alias consequatur aut perferendis doloribus asperiores repellat.

Le opere de I cantieri della crisi sono state esposte in due mostre, una a Roma allo Spazio Cerere ed un’altra a Lucca presso Villa Bottini.

Spazio Cerere, Roma

dal 26/1/2012
al 31/1/2012

Villa Bottini, Lucca

dal 18/2/2012
al 19/3/2012

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Le opere esposte in queste mostre appartengono al secondo ciclo

Commenti critici e interviste relativi alle mostre

Antonio Bernardo Fraddosio, dopo la sua convincente partecipazione all’ultima Biennale di Venezia, torna a esporre le proprie opere a Roma a fine gennaio, presso lo Spazio Cerere a San Lorenzo, con una mostra intitolata “I Cantieri della crisi – Architetture destabilizzanti”: una risposta di straordinario tempismo all’attuale momento storico che ci troviamo ad affrontare.
Gli artisti, dotati di antenne sensibili e attente a cogliere anche i lati non ancora palesi della contemporaneità, sentono le emergenze del proprio tempo in anticipo, e Fraddosio, architetto, scultore, pittore e poeta, dimostra di possedere proprio questa qualità.

Oggi la sua produzione si impone a una riflessione che acquista anche una valenza sociale, dando voce ad un’idea profonda di crisi relativa alla nostra epoca. Scrive il curatore, Gabriele Simongini: “Fraddosio si è indirizzato verso un personale “reportage” sulla crisi e sull’incompiutezza che ci circondano concretamente e non solo simbolicamente. Le fratture che percorrono come terremoti la superficie delle sue opere mettono a nudo le crepe nascoste di un modo di vivere asettico, indifferente, anestetizzato. Le antiarchitetture destabilizzanti di Fraddosio, fatte anche di umili materiali di recupero e prive di qualsiasi levigata compiutezza, fanno emergere il ritratto di un mondo che deve ormai fare i conti col proprio malessere più profondo …”.
In mostra a Roma una scelta di opere dal 2003 al 2011: “Torsioni”, “Scissura”, “Sconnessione”, “Decoesione”, “La materia del tempo”, “Compressioni esplosive”, “Tutte le lesioni” fino a “Le onde nere”, l’ultima produzione. Sin dai titoli, è messa in gioco un’arte che impone allo spettatore un confronto fisico, oltre che visivo. In un periodo storico dominato da immagini sempre più veloci e colorate, spesso fantasmi della superficialità, la materia dell’opera di Fraddosio, concreta perché scarto riutilizzato di un già vissuto, si veste di semplice bianco o nero, e utilizza forme e superfici che richiedono tempo e attenzione per essere comprese e interiorizzate, come la ripetizione al contrario dell’azione dello scultore: l’approccio all’opera si fa così esperienza comunicata dall’artista allo spettatore.
Simongini, nel suo saggio in catalogo, parla appropriatamente di “cartografie dello spirito”, e descrive con parole attente e precise il lavoro dell’artista: “In Fraddosio, la costruzione è anche distruzione, la struttura è destrutturata, la nascita del nuovo implica la fine esplosiva del vecchio, lo spazio è concavo e convesso, la vitalità convive con un profondo senso di disfacimento, la speranza con la disperazione, l’aspirazione ad un volo liberatorio porta con sé la paura della caduta”. E ancora: “L’opera si dà e si nega al tempo stesso, da muro diventa porta e soglia che separa il visibile dall’invisibile. Diventa un organismo plastico che fa incontrare spazio interiore e realtà esteriore, accomunati in una nuova identità. Lo spettatore è libero di rimanere tale guardandoli da una posizione rigorosamente esterna e quasi asettica ma questi lavori svelano tutta la loro carica esplosiva quando si ha il coraggio di mettersi in gioco, percorrendoli con lo sguardo e con le mani fino alle viscere e scoprendo infiniti punti di vista, imprevisti, che li rendono sempre diversi, metamorfici e sorprendenti”.
In questo coinvolgimento c’è il messaggio positivo ma mai consolatorio dell’artista, la sollecitazione allo spettatore al “fare” per risolvere la propria crisi: l’opera non è un monumento alla distruzione ma semmai una critica fattiva che porta verso il suo opposto, la ricostruzione.

Spazio Cerere, Roma

Villa Bottini, Lucca

Archivio centrale dello Stato, Roma

dal 22/2/2007
al 15/3/2007

Il percorso espositivo si articola attraverso un nucleo di circa 20 opere realizzate tra il 2001 ed il 2006.

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Le opere esposte in questa mostra appartengono al primo ciclo

Commenti critici e interviste relativi alla mostra

I lavori di Antonio Bernardo Fraddosio sfuggono da ogni tentativo di definizione troppo semplicistico: in essi infatti pittura, scultura ed architettura si fondono efficacemente restituendo all’osservatore un forte impatto plastico e costringendolo ad abbandonare la visione frontale per cercare un rapporto più dinamico, più intimo con queste opere.

I materiali che Antonio Fraddosio utilizza sono semplici (legno, ferro, stucchi, cemento, cartone, ossidi) e forse il dato stilistico più significativo è proprio il movimento che l’artista riesce a conferire a queste superfici quasi monocrome; la luce crea infatti forti contrasti evidenziando le tensioni e liberando la forza contenuta nelle sculture che, attraverso un gioco chiaroscurale sempre diverso, trovano energia e movimento.

La mostra sarà accompagnata da un catalogo bilingue a cura di Sergio Rossi edito da De Luca Editori con introduzione del Prof. Salvatore Italia e del Prof. Aldo G. Ricci (Sovrintendente Archivio Centrale dello Stato) e testo critico del Prof. Sergio Rossi. Antonio Bernardo Fraddosio, pugliese di origine, dopo la laurea in Architettura, intraprende un’intensa attività di progettazione e svolge attività didattica presso la Facoltà di Architettura di Roma e l’Istituto Europeo di Design. Il suo interesse per la storia dell’arte e dell’architettura lo induce ad avviare iniziative per il recupero e la protezione del patrimonio storico-artistico. Considera l’insieme delle sue attività come momenti creativi tra loro strettamente connessi privilegiando, nel corso del tempo, la trasformazione delle sue architetture in sculture, facendo assumere alle stesse la connotazione di “luogo”.

Negli ultimi anni ha intensificato l’impegno creativo realizzato sculture, quadri, disegni. Nel 2003 Antonio Fraddosio inizia a misurarsi anche col mondo del teatro, realizzando le scenografie de “L’Odore” di Rocco Familiari, regia di Augusto Zucchi,presentato al Festival di Spoleto nel 2003, le scenografie di “Amleto in prova” di Rocco Familiari, regia di Mario Missiroli,presentato al Festival di Spoleto nel 2004 e le scenografie di “Agata”di Rocco Familiari, regia di Walter Manfrè, prodotto dal teatro di Messina e dallo Stabile di Catania.

Attualmente Antonio Bernardo Fraddosio vive e lavora a Tuscania (Viterbo).

La mostra è realizzata al sostegno di: Main Sponsor GIOCO DEL LOTTO Sponsors tecnici MP GROUP, PSM, MG COSTRUZIONI, RW

Un’installazione in dieci opere di Antonio Bernardo Fraddosio sul caso Ilva, «Le tute e l’acciaio», impone allo spettatore una riflessione dura sul conflitto tra salute e lavoro: un fantasma di ferro e piombo.

Con il via libera del nuovo governo, il caso Ilva sembra destinato a scivolar via dalla luce dei riflettori sigillato da un accordo che sancisce il passaggio a una multinazionale indiana: contenuti tagli del personale, impegni di riconversione che puntano a ridurre nel tempo i livelli d’inquinamento urbano. Promesse che allontanano e declassano l’emergenza. I rischi per la salute trasformati da incubo nazionale a paure private, spazzatura che può finire sotto il tappeto. Poco importa se quel mostro sputaveleno, inaugurato nel 1965 nel cuore della città abitata a stravolgere la bellezza e la vita di Taranto sia già una sconfitta, una delle tante inanellate dalla miope idea di progresso dell’Italia del boom. Poco importa se da allora il futuro di Taranto e ogni lotta per inventarne uno più incoraggiante siano stretti dalla morsa di un doppio dilaniante conflitto tra due squilibrati diritti costituzionali: la difesa del lavoro (l’Ilva come risorsa economica e fonte d’occupazione irrinunciabile) e la difesa della salute (l’Ilva come spada di Damocle, agguato di morte per tutti i cittadini).

È un dilemma da tragedia greca che ci rigetta addosso, come misura e questione di civiltà, come un problema irrisolto e sospeso che nessuno può eludere, un’opera d’arte esposta fino al 3 marzo nel cortile della Galleria comunale d’arte moderna di via Francesco Crispi a Roma, per iniziativa di due curatori di vista lunga e controtendenza, Gabriele Simongini e Claudio Crescentini: Le tute e l’acciaio, il titolo che ne riassume la provocazione e la sfida.

È un’istallazione firmata da Antonio Bernardo Fraddosio, sessant’anni ben portati, scultore nato a Barletta ma da oltre venti anni traslocato in uno studio nella campagna di Tuscania, nel Viterbese, dove continua a sviluppare per cicli tematici una rigorosa ricerca espressiva di impegno sociale. Quel che resta dello sviluppo: è il capitolo che ha iniziato a scrivere con questo primo grande e complesso lavoro, che inizia il suo ciclo di vita qui a Roma ma, nelle intenzioni e nelle speranze dell’autore, dovrebbe essere montato e offerto allo sguardo di tutti non in un museo ma all’aperto in varie piazze d’Italia. Esibito come un monito ingombrante e inquietante. Soprattutto di chi ha smesso di indignarsi ed emozionarsi. O di chi confina emozioni e condivisione solo nel tempo breve dell’emergenza.

È uno spettacolo in dieci quadri. Impaginato con un colpo d’ala di grande impatto visivo, all’interno di dieci grandi casse di ferro, addossate in cinque gruppi l’una contro l’altra, e sormontate da una ragnatela di tralicci metallici a sostenere fari che di notte illuminano le varie nicchie. In ogni nicchia, appese ad un chiodo, le pieghe di una tuta appena dismessa che evocano le contorsioni e le ferite dei corpi che le hanno indossate. Il primo intento, spiega Fraddosio, è stato quello di simulare, i camerini, lo spogliatoio di una fabbrica, l’Ilva. Gli involucri sono rugginosi, di un rosso cupo e sfrangiato che vira verso il marrone. In basso, sul fondo, ognuno è contrassegnato da una lettera e delle cifre, i simboli chimici delle sostanze tossiche che il fuoco degli altiforni produce e solleva, amianto, zinco, piombo, molibdeno, e così via. Il secondo intento, quello di restituire l’architettura stridente dei balconi, vuoti e tamponati con ogni mezzo, le quinte opprimenti tra cui sfili se attraversi il quartiere Tamburi, quello che fiancheggia la fabbrica. «Non si può vivere in quelle case tinteggiate dalla fuliggine e dalla polvere. Ma la gente ci vive e ci muore».

Il pieno e il vuoto. Fraddosio ha sempre giocato su questa alternanza di piani. Ma è il vuoto quel che ora, qui, colpisce di più. Questo vuoto la materia su cui Fraddosio lavora, il richiamo immaginario con cui ci obbliga a misurarci. Le sue sculture, lastre d’acciaio ondulato e sagomato col fuoco, che riverberano vibrazioni di colore sprigionate solo dal calore, sembrano corazze. O ancora scheletri di corpi, ridotti a pura pelle, che rivendicano e ostentano lo strazio, l’umiliazione, la fatica a cui quei corpi assenti sono stati esposti. Un supplizio che ci viene da associare a quello di un crocifisso, forse le piaghe rugginose, forse più ancora quelle travi con le luci che disegnano nello spazio le braccia di altrettante croci. Ma il martire non è un Dio che risorge, riprende forza luminosa e ci illumina. La sofferenza è quella di condannati anonimi, qualunque, senza meriti e speranza, solo il destino di essere inchiodati ad un lavoro che uccide, e se non tocca a te può toccare ai tuoi cari che ti aspettano. E solo quelle parvenze, una diversa dall’altra, appese in bacheca, a ricordarci che sono uomini.

 

Testo originale su succedeoggi.it