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Nella città eterna c’è una mostra eterna. Fu inaugurata a novembre, con l’idea di durare un paio di mesi. E’ stata prorogata una, due volte, perché quella mostra è un colpo al cuore, almeno per chi ha cuore. Si trova presso la Galleria d’arte moderna, nel centro storico di Roma. Ne è artefice Antonio Fraddosio, scultore pugliese con una lunga serie d’esperienze artistiche. E rappresenta una tragedia per lo più dimenticata in quest’Italia immemore e dolente: l’Ilva.

Ora ha cambiato nome, dopo aver cambiato gestione (prima pubblica, poi privata), dopo un profluvio di leggi, di processi, di sentenze. Tuttavia la più grande acciaieria d’Europa non ha mai smesso di propagare lutti nella città di Taranto, nel quartiere Tamburi dove si diffondono le sue polveri letali. E dove muoiono gli operai così come i bambini: una strage di futuro, ricordata a febbraio con una fiaccolata. Intanto il latte materno delle donne tarantine contiene il 28% in più di diossina rispetto alla media. I tumori giovanili sono del 54% più frequenti. E la fabbrica continua ad ospitare 3750 tonnellate d’amianto, senza che ne sia mai stata avviata la bonifica.

Come si rappresenta un crimine ambientale? Fraddosio l’ha fatto con un’installazione più potente d’uno sparo. Dieci «tute di ferro», dieci cassoni in acciaio ossidato, al cui interno alloggiano altrettante lamiere modellate come panneggi antropomorfi, e poi lacerate, spazzolate, incendiate. Un’opera monumentale, che colma gli spazi dell’antico chiostro del museo. Ogni lamiera prende il nome (e il colore) dei metalli lavorati nella fabbrica: arsenico, cromo, molibdeno, nichel, piombo, platino, rame, selenio, vanadio, zinco. Mentre le tute sono l’abito indossato dagli operai dell’Ilva, per difendersi (invano) dai tumori.

Da qui, dunque, una denuncia, che per Fraddosio costituisce inoltre fonte d’ispirazione e di tensione. Lui difatti è un artista politico, se così possiamo dire. Ne ha offerto testimonianza, per esempio, nelle opere via via dedicate alla Costituzione (in ultimo Demos Cratos e La grande Carta). Nel ciclo sui Resistenti (Louise Michel, Amilcare Cipriani, Giuseppe Gracceva, Pietro Cocco, Giacomo Corcella), uomini sconosciuti ai più, che si spesero per i poveri e gli oppressi. O nella Bandiera nera nella gabbia sospesa, presentata alla 54ª Biennale di Venezia: la bandiera simboleggia l’ideale, la gabbia è l’emblema del potere che lo tiene in catene.

Ma dopotutto qualsiasi espressione artistica incarna una protesta nei confronti del potere. Giacché nell’arte si riflette un altro mondo, un ordine diverso da quello di cui siamo prigionieri. Esattamente in ciò risiede la sua forza sovversiva: nell’opposizione al principio di realtà, nella costruzione d’una realtà diversa, alternativa. «Ogni opera d’arte è intrinsecamente rivoluzionaria», diceva Theodor Adorno. E la sua efficacia è superiore alle altre forme di conoscenza, benché il linguaggio artistico non sia mai diretto come quello che s’usa in un saggio o in un trattato, benché gli artisti viaggino per allusioni, per citazioni, per evocazioni.

È infatti nella forma, nella felicità espressiva, che si manifesta la forza politica dell’arte. E questa vis colpisce l’emozione, prima che la ragione. Nel caso di Fraddosio, compone un paesaggio d’ombre, di fantasmi. Le sue figure non s’accendono in vampe di colore, piuttosto si consumano fra le scale del grigio o del bruno o del nero, illuminandosi d’un lucore malato. È la corruzione del nostro corpo sociale che traspare da quei corpi informi. Noi, però, non abbiamo occhi per vederla. E allora ci soccorrono gli occhi sgranati di un artista.

 

Michele Ainis
Pubblicato su La Repubblica il 28 Aprile 2019