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Opera di collegamento

Demos cratos

Dovremmo considerare la democrazia come un obiettivo da raggiungere anche se, alcuni politici occidentali, non so con quanta buona fede o con quanta ignoranza, si ostinano a definire le nostre come “democrazie compiute”.

Ho realizzato una scultura in travertino intitolata “Demos Cratos”. Rappresenta un volto solo parzialmente definito la cui parte destra è rimasta materia informe mentre la parte sinistra è assente di materia.

È questo il volto della “democrazia compiuta”: una scheggia di roccia finita , non finita e infinibile. Quest’opera collega il ciclo “Quello che resta dello sviluppo” con quello “Superare con la ragione gli stati limite ultimi”.

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La grande carta

È un’opera in difesa della Carta Costituzionale italiana. Una pagina strappata ma mossa da un vento vitale. Sporcata da evidenti e grossolane macchie che rappresentano il goffo e pericoloso tentativo di impedire la realizzazione dei principi fondamentali modificando le parti successive. L’opera si pone come collegamento tra i cicli “Quello che resta dello sviluppo” e “Il breve termine governa il mondo”.

 

 

 

 

 

 

 

 

Le foto presenti in questa galleria sono di Maddalena Vestrella.

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Le Grande Arche de la Fraternité, dedicato a Thomas Sankara

È un albero quasi sradicato, inaridito dall’incuria dell’uomo e dall’ostilità del clima. L’albero si piega, si tende, quasi si spezza fino a toccare terra con i suoi rami che si trasformano antropomorficamente in un corpo (quello di Sankara) apparentemente senza vita. Ma, da quel corpo, da quelle braccia-rami che si infilano in quella terra arida, come margotta, nasce una nuova pianta. Un monumento dedicato ad un uomo africano che indicò la strada verso il progresso al suo popolo e non solo. Nato nell’Alto Volta e morto nel Burkina Faso in un attentato ispirato da potenze occidentali.

Nel 1983, anno in cui Sankara divenne presidente, a Parigi iniziarono i lavori per la costruzione del “Grande Arche de la Fraternité” monumento dedicato agli ideali umanitari, che si conclusero con l’inaugurazione nel 1989 due anni dopo l’assassinio di Sankara. L’opera è una riflessione polemica su come il mondo ricco, in particolare l’occidente, concepisce la libertà, la fraternità e l’uguaglianza tra gli uomini. Oggi le “Grande Arche de la Fraternité”, forse per un inconscio senso di vergogna, è conosciuto con il nome di “Grande Arche de la Défense”, il quartiere degli affari più grande d’Europa. Collega i cicli “Salvarsi dal naufragio” e “Quello che resta dello sviluppo”.

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La venere di Palestina

Quest’opera unisce i cicli “Resistenti oltre” e “Salvarsi dal naufragio”. È dedicata ai morti civili delle guerre. Il corpo di una donna di Palestina, terra che non conosce pace da troppo tempo. Un corpo avvolto in un sudario di lamiera contorta che le copre il volto e le trafigge il ventre. Un corpo deposto su un altare anch’esso violato. Un corpo che emana sensualità a significare “una disperata vitalità”.

 

 

La prima foto della galleria è di Afra, le altre sono di Massimiliano Ruta.

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La bandiera nera nella gabbia sospesa

Una bandiera, se non si muove libera nell’aria, non è. Questa bandiera nera, colore dell’anarchia , il più alto e utopico ideale di libertà, è disperatamente ferma in uno sventolio confinato nella memoria. Chiusa in una gabbia che, al contrario, può muoversi solo seguendo poche traiettorie definite e imposte da ingranaggi meccanici studiati per consentire semplici e limitati gradi di libertà. Quest’opera è il nodo che lega il ciclo “La costruzione della distruzione” a quello “Resistenti oltre”.

Leggi il commento critico di Predrag Matvejevic

Ho conosciuto Fraddosio dapprima sulla scena teatrale. Sue infatti le scenografie di tre lavori di Rocco Familiari: al Festival dei Due Mondi di Spoleto, nel 2003, per il dramma “L’odore” (con Enrico Lo Verso), e, l’anno successivo, richiamato da Missiroli per “Amleto in prova”; al Teatro di Messina per il dramma “Agata”, da cui il regista Zanussi ha tratto la sceneggiatura per il suo film “Il sole nero”, interpretato da Valeria Golino.

È solo più tardi che ho avuto occasione di vedere anche le sculture.

Non riuscivo immediatamente a “catalogare” questi straordinari oggetti, anche se mi rendevo conto della loro specificità poetica. Una prima interpretazione mi spingeva verso Jean (Hans) Arp e il suo “Berger des nuages”, cioè verso una sorta di “art brut” che fu, fino a tempi recenti, di moda. Ma l’originalità di questo scultore, pittore, disegnatore non si lascia ridurre a facili analogie né costringere dentro abituali categorie.

Le sue “Tensioni e Torsioni” sono delle vere “compressioni esplosive”, trasformano nello stesso tempo la forma e il contenuto, se è permesso dividere queste due cose, qui unite in, e da, una strana “materia del tempo”. Entrano in gioco le varietà o le qualità dei materiali di cui l’artista si serve: ferro, legno, tela, forse pure certe specie di catrame, di carbone o cemento, di gesso anche, e di Dio sa che altro ancora…

L’opera che segnalo, per la sua esposizione nell’ambito della mostra veneziana, è la più recente di Fraddosio: “Bandiera nera dentro una gabbia sospesa”. Una struttura curvilinea, realizzata con i materiali cari all’artista, legno, cartongesso, catrame, imprigionata dentro una struttura di metallo arrugginito. È un oggetto di straordinaria potenza evocativa e simbolica, che meriterebbe di diventare l’emblema di una rassegna che rappresenta uno sforzo inaudito di imporre il senso, l’imprescindibilità, dell’arte, in un tempo e in una società che sembra invece rifiutarla.

 

Testo di Predrag Matvejevic per la presentazione dell’opera alla 54° Biennale di Venezia

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Ruderi metropolitani

“Ruderi metropolitani” lega il primo ciclo “L’animale sociale” al ciclo “La costruzione della distruzione”. I ruderi sono avanzi di costruzioni lasciati sul territorio, tracce del tempo trascorso, di eventi bellici, di disastri naturali. Sono corpi feriti e menomati. In senso figurato rappresentano quello che resta di cose ma anche di esseri umani e di istituzioni.

Da qualche tempo siamo abituati alla visione di ruderi che sono parti di edifici non completati, veri e propri aborti. Quest’opera, che ho concepito come un “avanzo-costruito”, è l’immagine plastica della volontà del potere sovrastante di ridurre la persona umana a maceria.